Tag: Solidarietà

Cosa si aspetta un Anziano dal suo Medico?

La sala d’attesa del medico è sempre piena di gente, la maggior parte della quale è anziana. Osservando ciò mi chiedo: “cosa si aspetta un anziano dal suo medico? Cosa spera di trovare, umanità, professionalità o cos’altro”? E’ curioso anche osservare come, tra gli anziani presenti, si crei solidarietà, scambi di pareri, chiacchiere. Quasi come se la sala d’attesa si trasformasse in una specie di centro di socializzazione, un posto dove sentirsi meno soli e dove poter condividere la propria sofferenza.
Quali sono le basi che devono esserci in un rapporto medico/paziente, specialmente se il paziente ha più di 65 anni? Il primo presupposto è rappresentato dalla comunicazione, dove il curante deve fare lo sforzo di poter adattare il suo linguaggio a chi si trova di fronte, deve considerare il livello di cognitività (è presente demenza?), i problemi sensoriali (vista e udito), i problemi psicologici (paura, ansia, un amico morto per lo stesso problema, rassicurazione). Diventa quindi fondamentale il linguaggio che deve essere chiaro, comprensibile e poco incline ai fraintendimenti; mai stupido e con termini infantili, anche se è presente uno stato cognitivo alterato, l’anziano non è mai paragonabile ad un bambino cresciuto ma è un adulto con un bagaglio di esperienze e di vita vissuta. Fondamentale anche la comunicazione non verbale, la vicinanza il tocco, il tono della voce, i gesti, la stretta di mano, i movimenti e l’espressione del volto che deve trasmettere sicurezza, perché l’anziano coglie tutte le più piccole sfumature, teso e preoccupato dalla sua salute. E’ in grado di capire tutte le minime variazioni, concentrato com’è su quello che sta succedendo attorno a lui. L’umore del medico, la sua predisposizione al colloquio vengono percepiti in maniera empatica dall’anziano. E’ importante sapergli dedicare il tempo giusto, senza distrazioni, senza che squilli il telefono ogni momento, ripetere le domande se si ha l’impressione che non abbia compreso, non incalzarlo e mostrare fastidio se non risponde subito, essere disponibili a ripetere fino a che non abbia compreso, essere calmi e pazienti. Non allontanare il parente, a meno che non sia l’anziano a chiederlo, e mai parlare di lui in terza persona come se non fosse presente, interagendo solo con il familiare. Se anche il parente percepisce la buona qualità della relazione diventerà un ottimo alleato nel percorso di cura.

Ecco cosa si aspetta l’anziano dal Suo medico, un rapporto di fiducia, un professionista in grado di accoglierlo e di ascoltarlo. Riportiamo un articolo del Codice Deontologico del Medico perché secondo noi è significativo e riassuntivo di tutto.  A&V

art n 3 del codice di deontologia medica

– Doveri del medico –
Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia,in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera.
La salute è intesa nell’accezione più ampia del termine, come condizione cioè di benessere fisico e psichico della persona.

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Anziani volontari o volontari anziani?

L’anziano deve essere considerato come risorsa attiva e protagonista nella società, con una crescente propensione alla partecipazione sociale.Gli ultimi dati del’ISTAT sottolineano che gli italiani sono un popolo di altruisti, soprattutto i pensionati. Il tempo “liberato” dagli impegni di lavoro e di famiglia è un elemento decisivo rispetto alla scelta  di impegnarsi in attività di volontariato. Risulta che oltre  il 4% delle persone ultra sessantacinquenni (ed il 6% di quelle tra 60 e 65 anni) partecipa assiduamente ad associazioni e gruppi di volontariato. L’ultima rilevazione  dell’Istat sul volontariato in Italia mette in evidenza che il 36,8 dei volontari ha oltre 60 anni (erano il 30,4% nel 1995) e sono le volontarie donne ad essere più anziane il 38,4% a fronte del 35,6% degli uomini, specchio di una società  in cui l’invecchiamento è tinto di rosa. I demografi ipotizzano che nel 2040 le persone con più di 60 anni costituiranno il 41% della popolazione nazionale e che 1 italiano su 10 sarà ultraottantenne. Secondo l’OCSE tra 15 anni l’Italia sarà al secondo posto della classifica dei Paesi con la più alta percentuale di anziani rispetto alla popolazione che lavora (tra i 15 e i 64 anni): per ogni lavoratore vi saranno 4 anziani. L’invecchiamento della popolazione è anzitutto da leggere all’interno di un quadro più ampio di fenomeni socio-demografici, come i decrescenti tassi di natalità e di mortalità (con crescente aspettativa media di vita). Ad un tale e consistente aumento di anziani corrisponderà automaticamente e proporzionalmente un aumento di bisogni, di servizi, di posti letto e di spesa pubblica? La risposta non può che essere affermativa solo se si pensa allo stereotipo tradizionale dell’anziano – malato, invalido, dipendente, isolato, assediato da paure, con una identità debole per la perdita di un ruolo sociale. Continua a leggere “Anziani volontari o volontari anziani?”

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