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L’incontinenza urinaria nell’Anziano. Un mito da sfatare, un problema da affrontare

L’incontinenza urinaria, in particolare nelle forme collegate a rilassamento muscolare del distretto pelvico, costituisce un sicuro motivo di interesse nell’assistenza per tutta una serie di ragioni, tra le quali la multidimensionalità degli effetti negativi per i soggetti che ne sono affetti, la buona risposta terapeutica ed approcci comportamentali non invasivi e il possibile protagonismo del paziente nella sua cura.
L’interesse scientifico nei confronti dell’incontinenza urinaria, che ha portato all’individuazione di diverse diagnosi e dei relativi trattamenti, è abbastanza recente, mentre un tempo si etichettava il problema in modo generico e gli interventi erano centrati solo sul controllo e il contenimento degli effetti sgradevoli delle perdite (il bagnarsi, l’odore, la macerazione cutanea ecc.). Dobbiamo sempre avere ben chiaro a mente che l’obiettivo di un invecchiamento sano non è solo estendere la durata della vita, ma migliorarne la qualità. Se l’anziano verrà trattato con dignità e incoraggiato a prendere decisioni e a mantenere la sua autonomia, la qualità della sua vita migliorerà.
La preoccupazione principale, sia da parte di chi ne soffre sia da parte di noi operatori, è quella di arginare le perdite, senza investigare per comprendere se vi sia la possibilità di interventi volti a ridurre gli episodi di incontinenza. Questa scelta spesso è una via senza ritorno e, se risulta essere un sistema rapido di soluzione dell’evento, è pur vero che agendo così non si affronta il problema, non si esercita nessuna azione critica sul perché avviene e non si ha quindi nessuna possibilità di prevenire l’insorgenza di nuovi episodi; si pongono invece i presupposti di una cronicizzazione del difetto. La persona passa da un’incontinenza saltuaria, dovuta allo stress della malattia, ad un’incontinenza cronica e ad uno stato generale di regressione e rassegnazione che incoraggia il suo isolamento.
L’incontinenza urinaria nell’anziano è un buon campo di prova dove assumere precise responsabilità inerenti a tutto il processo di assistenza, spesso senza dover acquisire nuove competenze, ma solo riorganizzando e ampliando quelle già possedute.
Il nuovo approccio all’incontinenza punta alla guarigione (cioè al recupero della continenza) con interventi che hanno dimostrato la loro efficacia tramite studi scientifici e interventi integrati di più professionisti (in particolar modo infermieri, medici, ostetriche e fisioterapisti). Prima di agire bisogna avere ben presenti quali sono le reali necessità dell’anziano, quali i suoi deficit e quali le sue funzioni residue.
L’incontinenza urinaria è una disfunzione che costituisce motivo di disagio psicofisico e sociale in numerose persone, in particolare donne post-menopausa, ma che tuttavia è presente anche nei maschi, specialmente se fumatori, obesi o affetti da una varietà di altre patologie.Incontinenza
L’incontinenza urinaria, in particolare nelle forme collegate a rilassamento muscolare del distretto pelvico, costituisce un sicuro motivo di interesse per l’assistenza per  tutta una serie di ragioni, tra le quali la multidimensionalità degli effetti negativi per i soggetti che ne sono affetti, la buona risposta terapeutica ed approcci comportamentali non invasivi e il possibile protagonismo del paziente nella sua cura.
Questi tre elementi costituiscono infatti le condizioni tipiche per la messa in atto di interventi di assistenza volti allo sviluppo di autocura quale insieme di capacità del paziente di gestire la propria disfunzione al fine di mantenere elevata la qualità di vita e l’indipendenza dai servizi di cura.
Nel caso di alcuni tipi di incontinenza infatti, l’autocura riabilitativa consiste nello sviluppo di capacità contrattili della muscolatura pelvica, dello sfintere o di coordinamento complessivamente più efficace di tali strutture.
Molti studi hanno dimostrato che la recuperabilità del controllo urinario con approcci comportamentali è elevata, a basso costo e fattibile anche con tecnologie povere o inesistenti.
Il feedback, la persistenza nell’impegno e la corretta attuazione degli esercizi muscolari sono risultati infatti i principali fattori determinanti il recupero funzionale.
L’assistenza appropriata al paziente con incontinenza urinaria deve quindi necessariamente includere la possibilità riabilitativa. Ne consegue che l’infermiere deve essere competente nella patofisiologia dell’apparato di controllo e in metodiche di trattamento riabilitativo se vuole essere quel professionista del nursing che il suo profilo e la società stessa richiedono.
 
L’incontinenza urinaria e l’anziano
Con il passare degli anni aumenta la probabilità di sviluppare malattie croniche a carico di diversi organi ed apparati. Il fatto che gli effetti dei processi patologici tendano a sommarsi nel tempo (comorbilità) porta ad una progressiva complicazione dei nessi causali che dal processo patologico conducono alla disabilità. L’incontinenza urinaria è una delle grandi sindromi geriatriche: la sua prevalenza tra gli anziani che vivono a domicilio è del 20%, sale al 30% tra i ricoverati nei reparti per acuti ed al 50-60% tra i residenti nelle istituzioni. Nella popolazione femminile la prevalenza dell’incontinenza urinaria è pari al 20-30% nella fascia giovanile, al 30-40% nella fascia di mezza età e al 30-50% nella categoria degli anziani). Purtroppo per molte donne, ammettere di avere questo disturbo è ancora un tabù: solo il 20% delle donne con incontinenza urinaria chiede aiuto al proprio medico, preferendo chiudersi in casa e limitarsi in ogni attività.
Nella popolazione di età superiore ai 60 anni, il sesso femminile ha una probabilità di essere incontinente doppia rispetto al sesso maschile e la maggior parte degli studi dimostra che la prevalenza aumenta con l’avanzare dell’età.
Spesso inoltre si rende necessario l’uso di pannoloni assorbenti, che, come viene enfatizzato dalla pubblicità, trattengono ogni perdita, ma soprattutto diventano una comoda copertura per non affrontare più il problema. Accade cioè che un anziano che presenta un’incontinenza iniziale, se protetto da un panno assorbente, possa progressivamente peggiorare, in quanto, non avendo più timore di essere sgridato perché si bagna o perché provoca cattivi odori, si sente autorizzato a non controllarsi neppure nei momenti in cui sarebbe in grado di avvertire lo stimolo. Questo fatto spesso è addirittura favorito, in buona fede, dalle persone che lo assistono, che lo rassicurano o che lo confortano, considerando che costa meno tempo e meno fatica cambiare un pannolone in più piuttosto che dover accompagnare più volte il paziente al bagno e affrontare realmente il problema. Dal momento in cui viene indossato un pannolone, l’autorizzazione a bagnarsi diventa un pericolo nei casi in cui la persona anziana, che inizia ad avere incontinenze episodiche, possa ancora essere aiutata a controllarsi. È a questo livello che si innesta l’opera di ri-condizionamento e di rieducazione funzionale della capacità di controllo vescicale, partendo dall’assunto che l’anziano, per godere di una soddisfacente qualità di vita, deve mantenere il più a lungo possibile il maggior numero di funzioni integre.urgenza
Dunque  l’incontinenza urinaria, oltre ad essere causata da alterazioni del basso tratto urinario, è causata anche dalla comorbilità extra-urologica, dalla disabilità (motoria e cognitiva) del paziente e da fattori estrinseci di natura ambientale o iatrogena (presenza di barriere architettoniche, indisponibilità dei caregivers capaci e motivati, cattiva gestione farmacologica e assistenziale). Con l’invecchiamento i fattori extra-urologici e quelli estrinseci assumono un rilievo crescente fino a diventare predominanti nel soggetto fragile o dipendente.
L’International Continence Society (ICS) ha definito l’incontinenza urinaria come condizione in cui la perdita involontaria di urina costituisce un problema igienico – sociale ed è oggettivamente dimostrabile; è anche definibile come l’emissione involontaria di urina in luoghi e tempi inappropriati. Sempre in accordo con l’ICS, l’incontinenza urinaria è:
–       un segno (è un reperto obiettivo che presuppone una patologia che l’ha causata);
–       un sintomo (che viene riferito dal paziente, talvolta in associazione ad altri sintomi);
–       una condizione (rappresenta un disagio sociale per chi ne soffre).      N.N A&V

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L’ambiente di vita nella persona affetta da Demenza L'orientamento spaziale

Tra i vari disturbi del comportamento che possono presentarsi nella persona affetta da demenza  (cfr articolo sulla demenza) vi è quello legato all’orientamento spaziale ovvero alla difficoltà nei compiti visuo-costruttivi  dapprima che si trasforma poi nel perdersi  in ambienti sempre più familiari. La persona colpita da demenza perde la dimensione tempo­rale dell’esistenza, cosicché passato e futuro cessano di essere le coordinate che dirigono il vivere quotidiano e tutto si cristal­lizza in un presente apparentemente senza radici e senza pro­spettive.
L’uomo “riconosce se stesso” rapportandosi con l’ambiente in cui vive. Nel demente ci si trova di fronte a due problemi, da un lato non riconoscere il proprio ambiente dall’altro si vive una “crisi d’identità” specie nella fase lieve-moderata di malattia.
Il malato di demenza non  riconosce più i propri luoghi, la città, il quartiere, la casa dove ha abitato per anni, non identifica più i suoi i familiari, dimentica l’uso degli oggetti.
Arriva a costruirsi una realtà autonoma che ri-codifica “in modo proprio”. L’incapacità di comprendere il mondo esterno genera angoscia (ha uno spiccato “senso del presente” e lo vive in modo emotivamente intenso).
In ogni fase della malattia l’ambiente può compensare (as­sumendo una valenza protesica) o al contrario accentuare i defi­cit cognitivi e condizionare perciò lo stato funzionale ed il com­portamento. Lo spazio e l’ambiente vitale rappresentano perciò, per la persona affetta da demenza, da un lato il motivo scatenante di molte alterazioni del comportamento e dall’altro una risorsa te­rapeutica, purtroppo spesso sottoutilizzata.
Lo sforzo dedicato al miglioramento dell’ambiente di vita delle persone affette da demenza, sebbene non incida probabil­mente sulla durata biologica della malattia, certamente prolunga e migliora la loro qualità di vita e delle loro famiglie e rappresenta a tutt’oggi uno dei pochi risultati realmente terapeu­tici ottenibili nella cura della malattia.
In questi malati la difficoltà a percepire gli stimoli provenienti dall’ambiente è dovuta all’interagire di più fattori :

A)     problematiche legate all’invecchiamento in sé (ridotta acuità visiva, minori capacità di adattamento al buio, facilità ai fenomeni di abbagliamento, deficit sensoriali uditivi);
B)      problemi specifici legati alla malattia (deficit percettivi dei colori in banda fredda, deficit percettivi di profondità e distanza, ridotta sensibilità al contrasto, deficit interpretativo di stimoli visivi astratti, difficoltà a localizzare e interpretare gli stimoli uditivi);
C)      difficoltà a memorizzare i punti di riferimento ambientali e a interiorizzare mappe spaziali (i percorsi, la dislocazione spaziale degli oggetti  e degli elementi presenti nell’ambiente);

L’impos­sibilità ad apprendere nuove informazioni impedisce alla perso­na affetta da demenza di conoscere nuovi luoghi, di attribuire significati vitali a nuovi spazi. Il disorientamento spaziale che ne consegue riguarda dapprima la  difficoltà all’orientarsi soprattutto in ambienti nuovi, ma progressivamente coinvolge e sgretola la capacità di interpretare e padroneggiare lo spazio anche in ambienti conosciuti. Quest’ultimo aspetto ha la tendenza a peggiorare la qualità della vita, si pensi, ad esempio, al periodo delle vacanze durante il quale anche l’andare in luoghi differenti dal proprio può essere fonte di confusione e disorientamento, con le intuibili ripercussioni anche sulla qualità della vita del caregiver.

Anziani in vacanza
Anziani in vacanza

Così come eventuali ricoveri in ospedale o l’istituzionalizzazione possono peggiorare il fragile equilibrio che ha la persona affetta da demenza.
E’ proprio la difficoltà di interpretazione/controllo/fruizione dell’ambiente e della collocazione del sé nell’ambiente che può provocare o amplificare i disturbi comportamentali caratteristici di chi è affetto da demenza  (aggressività e manifestazioni oppositive, stati di agitazione, vagabondaggio e attività motorie afinalistiche, disturbi del ritmo sonno veglia, allucinazioni e deliri, ecc.).
L’ambiente deve servire a mettere in sicurezza il soggetto, a farlo sentire accolto e accettato e non dovrebbe generare ansie e paure. Il termine ambiente è inteso nella sua accezione più ampia di ambiente fisico (la casa, gli spazi esterni, gli ambienti di un servizio, le luci i suoni, i colori, …) e di ambiente umano (persone che ruotano attorno al malato, attività e scansione dei tempi della giornata);  pertanto qualsiasi intervento finalizzato a migliorare l’assistenza al soggetto demente in un’ottica di stimolazione e mantenimento delle sue capacità residue non può prescindere dal considerare entrambi gli aspetti. N.N. A&V

Nulla è più triste che il trovarsi in una casa dove le persone e le cose che dovrebbero essere le più intime ci sono quasi sconosciute.
Carlo Maria Franzero, Il fanciullo meraviglioso, 1920

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Un delicato passaggio nella vita di una donna. La Menopausa

Il termine “menopausa” deriva dalle parole greche men=mese e pausis=cessazione ed indica, da un punto di vista fisiologico, la fine del periodo fertile della donna, con esaurimento della funzionalità ovarica e scomparsa del ciclo mestruale.
La menopausa può essere naturale, indotta, prematura o tardiva, ma in ogni caso si tratta di un cambiamento molto importante e delicato nella vita di una donna.
Durante la menopausa la donna subisce dei cambiamenti sia nel corpo sia nell’umore ai quali si deve adattare con non poche difficoltà. Per questo motivo sono stati studiati dei rimedi per la menopausa, per cercare di attenuare i disagi creati da questo inevitabile cambiamento. Ci sono molti tipi di rimedi per la menopausa tra questi, alcuni naturali a base di isoflavoni contenuti nel trifoglio rosso per riequilibrare l’attività ormonale e dispensati sotto forma di integratori.
La menopausa è generalmente preceduta da una pre menopausa della durata di circa 3 anni ed è seguita da una post menopausa della durata di circa 7 anni; l’intero periodo prende il nome di climaterio. In questa fase della vita della donna si manifestano una serie di disturbi tipici che costituiscono la “sindrome menopausale”.
Nei Paesi Occidentali l’età media della menopausa è di 51-52 anni, con un’oscillazione compresa tra i 40 e i 60 anni: Prima dei 45 anni si parla di menopausa precoce; dopo i 57 anni si parla di menopausa tardiva.
La menopausa indotta invece è la conseguenza della rimozione chirurgica delle ovaie (menopausa chirurgica) o di patologie o procedure mediche o farmacologiche (menopausa iatrogena).
I disturbi della menopausa, collegati al climaterio femminile, interessano circa 5-6 milioni di donne in Italia. L’importanza del problema consiste nel fatto che per circa il 75% di questa popolazione femminile l’inizio della menopausa e gli anni seguenti si caratterizzano per una serie di disturbi che peggiorano la qualità della vita.
La sintomatologia della menopausa è alquanto variegata. Solitamente si tende a suddividere le manifestazioni dei sintomi in manifestazioni immediatemanifestazioni differite e manifestazioni tardive
Manifestazioni immediate della menopausa: vi sono vari disturbi del quadro ormonale, disturbi di tipo psicologico, vampate di calore, depressione e disturbi del sonno.
Fra i disturbi del quadro ormonale i più frequenti sono la polimenorrea (l’intervallo tra i cicli mestruali è inferiore ai 25 giorni), l’oligomenorrea (l’intervallo fra due mestruazioni successive supera i 36 giorni), l’ipermenorrea (perdita ematica maggiore di 80 ml) e ipomenorrea (perdita ematica inferiore ai 20 ml).
Fra i disturbi di tipo psicologico i più frequenti sono l’ansia, l’irritabilità e il nervosismo e nei casi più gravi la depressione.
Le vampate di calore sono uno i fenomeni più caratteristici del periodo della menopausa; il soggetto avverte notevoli sbalzi della temperatura, si verifica ipersudorazione, si avvertono vampate di calore e si verifica un notevole arrossamento del viso, del collo e della nuca. Normalmente questi episodi hanno una durata limitata (difficilmente si va oltre i 5-6 minuti), poi la temperatura scende e si può avvertire una certa sensazione di freddo. La temperatura esterna ha una certa influenza sugli episodi di vampate che in caso di temperature alte tendono ad aumentare di numero. Possono durare per molto tempo (anche cinque anni dalla data dell’ultima mestruazione),  mediamente cessano dopo uno o due anni.
I disturbi del sonno sono frequenti nell’immediato periodo post-menopausa; si possono avere difficoltà ad addormentarsi, sonno agitato o, nel peggiore dei casi, insonnia.
Manifestazioni differite della menopausa : si riscontrano problemi a livello cutaneo, diminuzione del desiderio sessuale e sindrome urologica.
Fra i problemi a livello cutaneo i più evidenti sono l’assottigliamento di epidermide e derma, disidratazione e perdita di elasticità cutanea con comparsa di rughe e prurito.
Nella stragrande maggioranza dei casi i mutamenti ormonali che si verificano con la menopausa portano a un calo della libido. Altri problemi relativi alla sfera sessuale sono la dispareunia e l’anorgasmia.
Fra i problemi di tipo urologico vi sono cistiti, uretriti, tenesmo, disuria, pollachiuria e, più raramente, nicturia.
Manifestazioni tardive della menopausa : diverse sono le manifestazioni tardive della menopausa (problemi muscolari, diminuzione dell’energia fisica ecc.), ma il problema maggiore è costituito dall’aumento della fragilità scheletrica, un quadro che pone le basi dell’osteoporosi, una seria patologia che può creare diversi problemi a coloro che ne soffrono.
Sono proprio le manifestazioni tardive della menopausa che giustificano la cosiddetta terapia sostitutiva.
La menopausa non è una malattia da curare, ma un momento della vita della donna caratterizzato da cambiamenti che possiamo aiutarci ad accettare. La donna che nella sua vita di relazione,  in famiglia, nel lavoro , vuole sentirsi più a suo agio, può ricorrere dopo gli opportuni controlli medici alla terapia sostitutiva, cioè alla somministrazione di un farmaco che compensa gradualmente la funzione che le ovaie non sono più in grado di svolgere, la produzione di estrogeni e progesterone.
In alternativa alla terapia ormonale sostitutiva, la donna può scegliere di utilizzare i fitoestrogeni, integratori alimentari che hanno un’attività simile agli estrogeni di sintesi senza particolari effetti collaterali.
La donna dovrà discutere e valutare col proprio medico l’opportunità di iniziare una terapia per la menopausa.    N.N A&V 

La menopausa è il periodo dorato dell’amore.  Alda Merini

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La perdita dell’udito nell’anziano

Con l’invecchiare della popolazione, in proporzione, con l’aumento degli anziani crescono i disturbi tipici dell’età quali la riduzione dell’udito, definita “presbiacusia”. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale, perciò si tende a non considerarla come una patologia vera e propria, ma soltanto un segno fisiologico dell’ invecchiamento, un normale passaggio della vita nel suo svolgersi. Circa metà delle persone anziane con più di 75 anni accusa un certo grado di perdita delle funzioni uditive. La perdita dell’udito è una condizione invalidante per le persone che ne soffrono, con possibili conseguenze anche sulla loro qualità della vita. L’individuo anziano ipoacusico trova difficile comprendere e conversare con familiari e amici. Tale condizione comporta una diminuzione dell’interesse nell’ascolto di radio e televisione,  inoltre conduce di frequente ad isolamento sociale e perdita di interessi e attività, nonché ad una perdita di autostima fino a sviluppare un disturbo dell’umore di tipo depressivoL’incapacità di comprendere, determinata dall’ipoacusia, è la condizione più grave e più sottostimata e, spiegano gli esperti, presenta apparenti disturbi cognitivi quali quello della memoria, dell’attenzione, della comprensione verbale fino a un quadro di apparente stato confusionale. Numerose evidenze scientifiche indicano che la presbiacusia si associa anche ad un aumentato rischio di caduta a terra, con la frequente conseguente frattura del femore, una delle principali cause di disabilità per l’anziano. L’udito contribuisce al mantenimento di una postura ed andatura stabili attraverso la percezione e l’identificazione degli stimoli uditivi che aiutano a localizzarsi e ad orientarsi nello spazio. L’indebolimento uditivo che caratterizza la presbiacusia è un fenomeno silente e l’accesso ai servizi diagnostici audiologici per l’anziano sembra diffusamente sottoutilizzato. La perdita di udito si manifesta gradualmente nel tempo. Per lo più si ha difficoltà a percepire i toni più acuti (cinguettio, campanello della porta, suono del telefono). Col peggiorare dei sintomi, si perde anche la difficoltà a percepire i suoni di tono basso (rombo di motore). Ecco i sintomi tipi della presbiacusia, che bisogna fare attenzione a distinguere, con l’aiuto di uno specialista, da eventuali altre patologie:

  • alcuni suoni sembrano troppo forti;
  • problemi a sentire se c’è del rumore di sottofondo;
  • problemi a capire soprattutto la voce di donna o dei bambini;
  • maggiore difficoltà a sentire suoni acuti come quelli della “s” o della “z”;
  • impressione che molte persone non parlino chiaramente;
  • impressione di sentire sibili o campanellini;

Inoltre, se capita di non riuscire a capire quando più persone parlano contemporaneamente, se si hanno problemi a sentire al telefono, se capita di fraintendere quello che le persone stanno dicendo, se si chiede spesso alle persone di ripetere, oppure se le persone si lamentano per il volume della Tv troppo alto, la diagnosi più probabile è quella della presbiacusia. Tipicamente, diventa più difficile sentire le consonanti,rispetto alle vocali. Pertanto il suono risulta più “impastato”. È questo il motivo per cui le persone anziane hanno più difficoltà a capire i film doppiati, nei quali è impossibile interpretare il labiale. All’interno di ciascun orecchio ci sono circa 16 mila cellule provviste di piccoli peli, le cellule ciliate, che hanno la funzione di intercettare le onde sonore e trasformarle in impulsi nervosi da inviare al cervello. Le cellule ciliate non sono in grado di rigenerarsi, quando capita loro di danneggiarsi o morire. È per questo che la maggior parte delle perdite uditive sono permanenti. Oltre all’invecchiamento, altre cause che possono contribuire alla perdita dell’udito sono: i fattori ereditari; il fumo; l’abuso di alcuni farmaci, l’ipertensione e l’aterosclerosi. Un’ulteriore causa è l’esposizione al rumore intenso, se protratta negli anni. In questo caso, però, anziché di presbiacusia, è più appropriato parlare di danno da rumore. Uno studio dei ricercatori della Johns Hopkins University dichiara che su 1.984 soggetti anziani, che sono stati seguiti per 6 anni. I risultati, pubblicati sulla rivista JAMA Internal Medicine, mostrano che vi è un collegamento tra la sordità o la perdita di udito e il restringimento del cervello, che causerebbe la demenza. Un prima ipotesi è che l’ipoacusia possa causare isolamento sociale, a causa della difficoltà di comunicare che, a sua volta, favorirebbe il declino cognitivo. Sebbene il meccanismo che favorisce la demenza nelle persone con perdita dell’udito non sia chiaro, secondo il dottor Frank Lin – che ha coordinato lo studio – l’isolamento sociale può essere una delle cause del maggiore declino cognitivo, per via della mancata interazione con gli altri e anche la riduzione delle conversazioni cui si va incontro. Per una valutazione precisa del singolo caso d’ipoacusia si procede con l’esame audiometrico tonale e vocale e all’elaborazione delle relative curve (ci sono altri esami specialistici), in base alle quali decidere se e come intervenire, a seconda del livello del disturbo e anche in relazione alle esigenze del singolo paziente. In genere la correzione del deficit uditivo (a parte la terapia delle eventuali patologie concomitanti) dalle protesi retro e intraauricolari (e da occhiale), oggi estremamente personalizzabili in base alle necessità e miniaturizzate e maneggevoli, agli impianti cocleari, si considera quando esso supera il 30% sulle frequenze medie, con corrispondente ridotta percezione al test audiometrico vocale.  È opportuno, quindi, fare in modo che si possano identificare quanto più precocemente i potenziali beneficiari del trattamento riabilitativo mediante appositi programmi di screening; la soluzione ottimale sarebbe quella di sottoporsi ad esame audiometrico con una certa cadenza superati i 60 anni di età. La riabilitazione basata sull’amplificazione attraverso apparecchi acustici indossabili è, nella maggioranza dei casi di ipoacusia dell’anziano, l’unica opzione terapeutica; il concetto delle vecchie, ingombranti a antiestetiche protesi è ormai superato e, grazie alla miniaturizzazione degli apparati elettronici, gli apparecchi acustici di ultima generazione, sono dei piccolissimi strumenti che offrono un’eccellente qualità del suono, garantendo allo stesso tempo un comfort uditivo mai provato. Rita Levi Montalcini disse: “Ho perso un po’ l’udito, ho perso un po’ la vista ma il corpo faccia ciò che vuole, io non sono il corpo: io sono la mente”. Chissà forse è questo il segreto della longevità!  M.S. A&V

Leggere e ascoltare appartengono alla medesima arte: quella di apprendere.  Mortimer Adler

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Il colore migliora la qualità della vita ?

La qualità ambientale di un ospedale o di una residenza assistenziale  per anziani può migliorare con un uso progettato del colore, riducendo il senso di disagio  attraverso la “confidenza”  che ciascun individuo riesce ad instaurare con la spazio che si trova ad abitare.  Un intervento cromatico corretto in questi ambienti in cui le persone anziane vivono uno stato di particolare fragilità psico-fisica ha un potere terapeutico aggiuntivo, può favorire e accelerare il recupero della salute, è un valido aiuto contro la depressione e lo sconforto, poiché aiuta a spostare l’attenzione dalla malattia e dal disagio interiore. I colori sono una delle tante piccole cose che creano l’atmosfera in un istituto residenziale. Purtroppo il colore è considerato quasi esclusivamente come un elemento decorativo e viene scelto soltanto in base al gusto personale o alle mode,o a ciò che preferirebbe il residente,non considerandone soprattutto il valore terapeutico . Ad esempio, alcuni studi ci dicono che una persona depressa gradirebbe sicuramente un ambiente grigio-verde, ma questi colori non contribuirebbero certo a migliorare la sua condizione. Negli istituti si dovrebbe trovare un compromesso tra gli effetti estetici e quelli terapeutici del colore oppure seguendo regole visive: infatti i colori possono riequilibrare le dimensioni e le forme disarmoniche delle stanze. Il colore è un importante elemento progettuale, infatti ogni singola sfumatura “contiene” significati consci ed inconsci ed evoca simboli antichi e moderni, e quindi ha specifiche funzioni. Nelle strutture sanitarie il colore gioca un ruolo  fondamentale, ponendo particolare attenzione agli abbinamenti cromatici, ai contrasti e all’illuminazione, per migliorare accessibilità e utilizzo degli spazi a persone con diverse carenze sensoriali: visive, motorie o cognitive. Il colore resta inoltre un elemento guida per indicare i percorsi anche ad utenti non soggetti a nessuna limitazione sensoriale e motoria. Il colore fa molto di più che creare atmosfera: determina se i pazienti, il personale di servizio e i visitatori, apprezzano lo spazio di degenza, di lavoro o di visita, può suscitare calma, ma anche energia ed emozione. Il colore gioca un ruolo importante per farci percepire positivamente o negativamente gli spazi e può addirittura influenzare il nostro stato d’animo, facendoci sentire meglio anche psicologicamente. Continua a leggere “Il colore migliora la qualità della vita ?”

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