Categoria: Salute e benessere

All’interno di questa categoria vengono trattati vari argomenti riguardanti aspetti e problematiche della vita degli anziani. Lo scopo è quello di fare divulgazione di informazioni e trasmettere suggerimenti di assistenza e cura nei vari ambiti.

La cataratta Gli annebbiamenti della vista

All’interno dell’occhio esiste una lente biconvessa chiamata cristallino, grande all’incirca come un pisello, posta dietro l’iride. Quando succede che progressivamente si opacizza questa lente, avviene quella malattia chiamata cataratta.
Lo sviluppo di una cataratta è normalmente un processo lento e progressivo, a volte i sintomi sono talmente allungati nel tempo da non essere facilmente distinti dal soggetto, in altri casi i sintomi sono molto più evidenti e importanti tali da costringere la persona a rivolgersi allo specialista.

sintomi visivi più frequenti possono essere:

  • annebbiamenti transitori o permanenti della vista
  • senso di facile abbagliamentonella visione controlucecataratta
  • aloni luminosio colorati intorno alle luci puntiformi
  • transitori miglioramentidella visione da vicino
  • riduzione della sensibilità al contrasto
  • difficoltà nel distinguere i colori
  • “fame” di luce, lentezza nell’adattamento al buio
  • latenza nella messa a fuocoa varie distanze
  • affaticamento alla lettura
  • disturbi durante la guida notturna
  • talvolta anche sensazione di bruciore e stanchezza

La comparsa della cataratta non è sempre solo collegata all’invecchiamento a volte anche allo stile di vita.
Un importante meccanismo nello sviluppo della cataratta è il danno ossidativo prodotto dal particolare metabolismo del glucosio nel cristallino e il fumo, ad esempio, è un importante fattore di stress ossidativo.
Mangiare mirtilli, carote, pomodori e vitamina C può riequilibrare il deficit di antiossidanti.
Un altro importante fattore di rischio è l’esposizione ai raggi ultravioletti del sole pertanto si consiglia l’utilizzo di lenti solari protettive certificate dal marchio C.E. per avere la certezza di un’efficacie barriera anti UVA.
La cataratta è la principale causa di cecità trattabile presente in tutti i paesi del mondo e colpisce soprattutto le persone sopra i 60 anni, collegato anche ai meccanismi di degenerazione fisiologica che incorre in età avanzata, il normale processo di invecchiamento del cristallino lo rendono meno elastico, meno flessibile.
Oltre i 65 anni, circa la metà della popolazione sviluppa una cataratta e negli ultra 75 enni la percentuale può raggiungere anche il 90%.
La cataratta che insorge in età avanzata si sviluppa lentamente senza dare sensazioni spiacevoli, molto spesso chi ne è affetto non se ne rende conto fino a quando non incontra difficoltà visive o la necessità di cambiare frequentemente gli occhiali.
E’ sbagliato pensare che la cataratta sia un velo che scende sopra l’occhio, in realtà è una progressiva ossidazione, disidratazione, inspessimento ed opacizzazione del nostro cristallino.
La luce e le immagini  raggiungono la retina con difficoltà dopo essere state diffratte e distorte.

Oltre alla famigliarità ed alla predisposizione genetica come già anticipato le principali cause sono:fumo-aumenta-rischio-cataratta

  • l’età
  • iraggi ultravioletti
  • ilfumo
  • ildiabete (anche se è più giusto parlare di maculopatia diabetica)
  • l’alcool
  • Le malattie a carico della tiroide (ipotiroidismo)
  • alcune importantiterapie cortisoniche e antitumorali
  • idanni diretti dell’occhio, traumatici, contusivi o perforanti degli occhi possono causare una cataratta, si tratta in questo caso della causa più frequente tra le persone sotto i 40 anni.

Possono intervenire anche cause secondarie come una chirurgia oculare, l’infiammazione cronica degli occhi ed alcuni tipi di glaucoma e miopia elevata.
Come la nostra cute, i cristallino è fatto da un tessuto epiteliale, ma diversamente dalla pelle non può disperdere le sue cellule invecchiate e morte nell’aria. Con l’avanzare dell’età si può quindi sviluppare la cataratta nucleare poiché il nucleo diventa più spesso a causa delle cellule che si sono staccate e che si sono depositate al centro del cristallino.
Contemporaneamente la progressiva incapacità dei corpi ciliari di produrre l’umore acqueo, necessario nutrimento al nucleo del cristallino, contribuisce alla sua ossidazione e disidratazione dando origine alla cataratta.
Esiste anche un tipo di cataratta secondaria la cui causa più comune è l’uveite, l’infiammazione cronica di una qualunque delle componenti interne dell’occhio come l’iride, il corpo ciliare e la coroide.
Altre cause secondarie dei cataratta possono essere gli interventi chirurgici all’occhio per il trattamento del glaucoma e del distacco della retina. Il glaucoma acuto ad angolo chiuso può provocare cataratta così come la miopia elevata.
Consigliamo dunque, in caso di disturbi visivi o calo della vista, anche se da un solo occhio, di consultare immediatamente lo specialista. Una visita oculistica e ci si toglie la paura.
L’intervento avviene in day hospital e, se non si presentano complicanze, dopo una settimana lo specialista sarà già in grado di prescrivere gli occhiali più adatti. In molti casi, dopo l’intervento, il soggetto è in grado di leggere anche senza occhiali. N.N. A&V.
 
 

“È cieco chi guarda solo con gli occhi”. Proverbio Africano.

 

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La terapia con anticoagulanti e la dieta Cosa posso mangiare?

Molti anziani, a causa di patologie cardiache, quali ad esempio la Fibrillazione Atriale F.A, sono a rischio di trombosi ed embolie e, in conseguenza a ciò, devono iniziare ad assumere una terapia anticoagulante.
La FA è l’aritmia sostenuta di più frequente riscontro nella popolazione generale, con dati sia di prevalenza sia di incidenza considerevolmente numerosi. Questi dati sono maggiori negli uomini piuttosto che nelle donne e aumentano molto con l’età: nei grandi anziani circa il 10% della popolazione è affetto da FA.
Le proiezioni epidemiologiche indicano che tali numeri, progressivamente aumentati negli ultimi anni, sono ulteriormente destinati a crescere, con un incremento previsto della FA di 2-3 volte nel 2050, per varie ragioni tra cui l’invecchiamento della popolazione. La presenza di FA si accompagna a un aumento significativo di mortalità di circa 2 volte rispetto alla popolazione senza questa aritmia; tale mortalità è legata alla gravità della patologia sottostante. A parte tale considerazione, se non si accompagna a scompenso cardiaco e la frequenza ventricolare è ben controllata, la FA può comunque essere tollerata bene dai pazienti. E’ però una situazione a rischio di embolizzazione sistemica, con varie gravi conseguenze tra cui particolarmente temibile è l’ictus ischemico. Le complicanze emboliche della FA, come si è detto, possono essere estremamente gravi e anche mortali, comunque spesso invalidanti; va sottolineato che possono manifestarsi anche in pazienti per il resto del tutto asintomatici.
A fronte di tale patologia si rende necessario iniziare un trattamento farmacologico con terapia anticoagulante, il più delle volte assunta per via orale.
Come agiscono gli anticoagulanti?
La loro azione è basata sull’interferenza con l’attivazione di alcune sostanze (fattori della coagulazione), che servono per la formazione di un coagulo, e che per essere attive hanno bisogno della vitamina K.
Gli anticoagulanti orali inibiscono l’azione di questa vitamina rendendo sangue meno coagulabile. La vitamina K (antidoto degli anticoagulanti) è in parte introdotta con il cibo e in parte direttamente prodotta nel nostro intestino dai germi che normalmente vi abitano. In gergo la vitamina K è detta anche vitamina cerotto perché aiuta a coagulare il sangue.
La fase più difficile, quando si assumono gli anticoagulanti, è rappresentata dall’inizio della terapia dove, a fronte di una dose insufficiente di farmaco, aumenta il rischio di emorragie in quanto il sangue è troppo fluido. Viceversa una dose insufficiente di farmaco causa sangue troppo denso aumentando il rischio di trombosi. La giusta dose si è dimostrata assolutamente efficace nella prevenzione non solo del rischio, ma anche della malattia trombotica stessa.
Diventa di fondamentale importanza, nei soggetti che sono in terapia con tali farmaci, adottare uno stile alimentare corretto, ed è basilare una buona educazione terapeutica.
L’educazione terapeutica è un processo che, transitando attraverso i vissuti della persona, prevede un insieme di attività organizzate di sensibilizzazione, di informazione, di apprendimento, di aiuto psicologico e sociale in relazione alla malattia, ai trattamenti, alla prevenzione delle complicanze, agli stati d’animo.
Lo scopo dell’educazione terapeutica del paziente in terapia con anticoagulanti è quello di fornirgli conoscenze appropriate sulla malattia, sulla terapia da adottare e sulla corretta alimentazione, istruendolo su come preservare il proprio stato di salute ed insegnandoli a prevenire eventuali malattie intercorrenti o complicanze.
Bisogna raccomandare al paziente di non modificare drasticamente le proprie abitudini alimentari, anzi deve assumere della vitamina K con la dieta senza superare un apporto giornaliero di 200-300. E’ importante per il paziente essere informato sul contenuto in vitamina K negli alimenti e nei prodotti alternativi o erboristici e mantenere un’assunzione costante di cibi e prodotti alimentari. Il soggetto, conoscendo l’apporto vitaminico, può eventualmente assumere meno verdure se il valore dell’INR (che è il dosaggio relativo al fattore della coagulazione) è tendenzialmente basso, mentre può assumerne di più quando è tendenzialmente alto rispetto al range terapeutico.
Nella tabella sottostante sono rappresentati tutti gli alimenti che contengono Vit. K e i relativi microgrammi presenti .
Gli anticoagulanti orali subiscono molte interazioni con altre sostanze che ne modificano la disponibilità, variandone, quindi, l’azione sia nel senso di un’inibizione che di un potenziamento ed una di queste sostanze, che poi è anche il suo antidoto, è proprio la vitamina K che può essere contenuta in molti alimenti, specie nelle verdure.

tabella

Non solo gli alimenti interagiscono con gli anticoagulanti, alcuni studi dimostrano che il numero delle interazioni tra anticoagulanti orali e farmaci o erbe.
Anche gli alcolici causano una diminuzione dell’effetto degli anticoagulanti orali. È consigliato non
superare 1 bicchiere a pasto.

Tra le erbe segnaliamo:
Ginkgo biloba (ginkgo) : aumento del rischio di emorragie
uso: trattamento alzheimer, miglioramento circolazione periferica
Fieno greco: incremento dell’inr
uso: ipoglicemizzante e ipocolesterolemizzante
Salvia milthiorriza (danshen): aumento dell’inr
uso trattamento patologie cardiovascolari e cerebrovascolari;
Ippocastano: potenziali effetti interazione
uso: trattamento insufficienza venosa cronica;
Partenio:aumento proprietà anticoagulante
uso: patologie infiammatorie, psoriasi, , mal di denti, mal di stomaco, punture insetto;
Allium sativum (aglio): aumento dell’effetto antiacoagulante
uso: iperlipidemia e ipertensione;
Coenzima q10: riduce effetto anticoagulante
uso: insuff. cardiaca congestizia e patologie cardiovascolari
Ginseng: riduzione dell’inr
uso: integratore energetico e stimolatore del sistema immunitario;
Hypericum perforatum (iperico): riduzione dell’effetto anticoagulante
Uso: trattamento della depressione;
Angelica sinesis: aumento INR
uso: sintomi della menopausa.
Tra i farmaci più noti che agiscono con scarsa significatività, ricordiamo l’aspirina, il paracetamolo, i farmaci che agiscono sui livelli di colesterolo. Mentre altri farmaci, alcuni antibiotici, alcuni FANS e alcuni ansiolitici possono interferire modificando il valore dell’INR. Importante sempre rivolgersi al proprio medico di fiducia, anche se si decide di assumere i cosiddetti farmaci di automedicazione.

Diventa quindi importante per il soggetto o il suo care giver comprendere l’importanza di questa terapia salvavita in modo da non sottovalutare sia l’assunzione dei farmaci sia la corretta alimentazione. N.N. A&V.

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La Geriatria, il Paziente Geriatrico e il Geriatra Lo specialista giusto

Il termine  geriatria deriva dal greco γέρων, “vecchio, anziano” e ἰατρεία, “cura”ed è una disciplina medica che studia le malattie che si verificano nell’anziano e le loro conseguenze disabilitanti che queste hanno su di loro, con l’obiettivo fondamentale di ritardare il declino funzionale e mentale, cercando di mantenere l’autosufficienza e la miglior qualità di vita il più a lungo possibile.

La gerontologia è una branca della geriatria che cerca di identificare i meccanismi biologici dell’invecchiamento e della senescenza. Vengono inoltre considerati gli aspetti sociali e psicologici che si verificano nelle persone anziane, che sono in grado di influenzare direttamente lo stato di salute predisponendo l’insorgenza delle malattie tipiche della terza età.

La geriatria e la gerontologia sono strettamente legate alla medicina interna; la geriatria si è affermata inizialmente negli anni quaranta e cinquanta in Inghilterra e negli Stati Uniti.Geriatra

La dottoressa Marjory Warren, medico chirurgo del Middlesex Hospital, può ritenersi il fondatore della geriatria portando all’attenzione del mondo medico l’inadeguatezza dei trattamenti che gli anziani ricevevano in ospedale, ponendo l’accento sulla necessità di trattamenti multidisciplinari e specializzati appositamente per questa categoria. La geriatria si  diffuse, con tempi e modalità diverse, in tutto il mondo, Italia compresa: qui l’affermazione a livello universitario si verificò negli anni Sessanta, ma il nostro Servizio Sanitario Nazionale non vi prestò particolare attenzione.

Il soggetto anziano richiede un approccio diagnostico differente e altamente personalizzato: infatti la ridotta funzionalità di alcuni organi comporta un’incertezza nella definizione dei livelli normali degli esami di laboratorio, e spesso l’esordio delle malattie è privo di sintomi specie in una prima fase; infine non è raro che in uno stesso paziente coesistano diverse malattie, che comportano una molteplicità di prescrizioni farmacologiche. Tutto ciò rende la diagnosi particolarmente complicata, accresciuta dalla tendenza del paziente anziano ad accettare una diminuzione delle proprie capacità fisiche come facente parte del processo d’invecchiamento, e non come problema da sottoporre all’attenzione del medico. Tale comportamento viene favorito anche da un atteggiamento negativo generalizzato o da uno stato depressivo. Questi fattori possono influenzare anche i medici e gli operatori sanitari, che spesso attribuiscono molti disturbi dell’anziano all’avanzare dell’età e non a possibili malattie, minimizzando il problema o non dandone il giusto peso. La diagnosi precoce e il trattamento in fase iniziale sono invece fondamentali per rendere più favorevole la prognosi ed evitare l’eventuale cronicizzazione del disturbo e la compromissione irreversibile dello stato di salute.

Come già accennato, il trattamento del paziente anziano deve essere altamente personalizzato, e spesso lo scopo non è quello di tendere ad una guarigione completa e all’eliminazione totale della patologia, bensì di migliorare la qualità della vita ed evitare la degenerazione. Spesso, con il soggetto anziano, è necessario impostare un trattamento finalizzato al mantenimento delle capacità residue, orientato alla multidimensionalità, ovvero allo studio di tutte le componenti che possono influenzarne la salute, quali ad esempio, la povertà, l’isolamento, la solitudine.

È in questo contesto che si colloca il geriatra che è rappresentato da quel medico che opera avendo ben presenti le nozioni fornite dalla geriatria. Il medico geriatra ha un ruolo di notevole importanza per quanto riguarda la valutazione multidimensionale (VMD) dell’anziano, oltre che per la diagnosi e la cura delle sindromi geriatriche. Nella VMD il geriatra ha la funzione di coordinamento e sintesi della valutazione stessa. Al geriatra compete specificamente la valutazione clinica dell’anziano, del suo stato di salute presente e passato; la diagnosi di disabilità sia fisiche sia psichiche, la loro natura e il loro influsso sullo stato di benessere complessivo dell’anziano; la valutazione delle terapie assunte dall’anziano, che spesso sono numerose e creano interazioni tra di loro che si ripercuotono sull’equilibrio della persona stessa; l’individuazione e la prescrizione di presidi e ausili idonei a migliorare la qualità di vita dell’assistito; la definizione del grado di invalidità, di inabilità e di non autosufficienza; la scelta, nella rete dei servizi offerti agli anziani, delle migliori risposte possibili per affrontare i bisogni e i problemi rilevati. Il geriatra può operare sia in ambito ospedaliero sia in ambito territoriale. Per quanto riguarda l’ambito ospedaliero può lavorare nelle Unità di Geriatria o come consulente nelle varie specialità (esempio: Ortogeriatria). In ambito territoriale può svolgere le proprie mansioni all’interno delle Unità Valutative Geriatriche, delle Residenze Assistenziali, dei Centri Diurni, degli Ambulatori di Geriatria e delle Unità Valutative Alzheimer, dell’Assistenza Domiciliare e dell’Ospedalizzazione a Domicilio. È una figura professionale altamente qualificata e necessaria nella cura e nel prendersi cura di una categoria di persone fragili quali gli anziani ed è sempre opportuno rivolgersi a questi professionisti in caso di problematiche di salute specifiche delle persone anziane.     N.N A&V

 

 

“Gli altri uomini vedono in te una bellezza che dileguerà più veloce dei loro anni. Ma io vedo in te una bellezza che non svanirà, e nell’autunno dei tuoi giorni quella bellezza non avrà timore di guardarsi nello specchio, e non ne riceverà offesa. Solo io amo in te ciò che non si vede.”
KHALIL GIBRAN

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L’Italia non è più un paese per “vecchi”

È una notizia di questi giorni diffusa un po’ in tutti i TG e le radio nazionali. Secondo il rapporto presentato dal Global AgeWatch Index, l’Italia si colloca al trentanovesimo posto (su 96 nazioni) per benessere e qualità della vita delle persone anziane. Un risultato decisamente poco confortante specie se paragonato alla percentuale di popolazione over 65 presente nel nostro territorio che, secondo i dati elaborati dall’Istat nel 2013, rappresenta il 21% della popolazione totale.

Il rapporto evidenzia cosa stanno facendo i paesi del mondo, per far vivere meglio gli anziani, nei confronti del sistema pensionistico, della salute, dell’istruzione, dell’occupazione e del sociale, nell’ambiente in cui vivono.

Nel documento viene sottolineato come la crescita economica da sola non sia sufficiente a migliorare il benessere delle persone anziane. La troppa disparità di reddito ha fatto sì che molte persone anziane si siano trovate in condizione di estrema povertà, con problemi a reperire il cibo, senza reddito o con un reddito insufficiente, con un accesso sempre più difficile agli aiuti sociali e alle cure sanitarie. Tutte condizioni che pongono l’anziano in condizioni di notevole vulnerabilità e fragilità. È noto che la malnutrizione e l’isolamento sociale, determinino sempre più frequentemente l’aumento delle malattie, il ricorso alle cure sanitarie e all’istituzionalizzazione.

Secondo l’indice, il paese migliore dove invecchiare è risultato la Norvegia. Occupano poi le prime 10 posizioni, paesi come il Giappone, alcuni paesi dell’Europa occidentale, l’America del Nord e l’Australia. Il paese peggiore dove trascorrere la vecchiaia è risultato l’Afghanistan (al 96esimo posto) preceduto dai paesi Africani, dal Venezuela, dalla Serbia e dalla Turchia. Come già detto precedentemente, la crescita economica da sola non basta a migliorare il benessere degli anziani. Politiche rivolte, per esempio, alla sicurezza del reddito hanno fatto si che il Messico si sia potuto sollevare di ben 26 posti nella classifica generale dello scorso anno, sebbene sia meno ricco della Turchia.

Purtroppo l’Italia, a fronte di un sistema pensionistico non sempre adeguato al costo della vita, a tagli economici anche a carico della sanità, a carenza di strutture e di servizi siano essi sociali siano sanitari, la pongono tra i paesi dove invecchiare non è sinonimo di qualità della vita, occupando il 39 esimo posto (perdendo 12 posizioni rispetto allo scorso anno), subito prima dell’Armenia e della Romania.

Oltre al sistema delle pensioni, alla sicurezza economica e alla salute, gli ambiti presi in considerazione, riguardano anche la sicurezza fisica, il supporto e il coinvolgimento sociale (ad esempio il trasporto pubblico offerto che risulta essere molto insoddisfacente per circa il 50% degli anziani). Dunque è ora di rimboccarsi le maniche, se non vogliamo farci le valigie, e di porre più attenzione ad una categoria di persone, il più delle volte ancora attive e socialmente impegnate, come sostiene Silvia Stefanoni di HelpAge International, “la continua esclusione dell’invecchiamento dalle agende nazionali e globali è uno degli ostacoli maggiori all’obiettivo di rispondere alle necessità della popolazione mondiale che sta invecchiando”.                        N.N A&V

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La sindrome da immobilizzazione La riduzione delle funzionalità

Si definisce Sindrome da immobilizzazione o da allettamento prolungato il complesso di segni e sintomi a carico dei vari organi e apparati, che si manifesta quando una persona, specie se anziana, è costretta all’immobilità (a letto o altro tipo di decubito obbligato) per un lungo periodo. Si verifica, in particolare, quando subentra una riduzione delle riserve funzionali e dei meccanismi di adattamento, anche in presenza di più patologie cronico degenerative.
Nell’anziano si verifica spesso a causa di una prolungata immobilizzazione a letto e, se non adeguatamente contrastata, può portare ad uno stato di disabilità ingravescente, fino ad arrivare alla morte. Di per se l’invecchiamento fisiologico si accompagna alla riduzione della funzionalità di vari organi importanti per il movimento: la riduzione della forza muscolare e il rallentamento dei riflessi.
Le principali cause d’immobilizzazione nell’anziano sono:

  • artriti, osteoartrosi, osteoporosi e fratture e le patologie a carico dell’apparato muscolo scheletrico;
  • malattie neurologiche quali ictus, demenza in fase avanzata, morbo di Parkinson, neuropatie periferiche;
  • quadro di scompenso cardiaco che provoca difficoltà di respirazione, infarti miocardici acuti, angine e tutte le altre patologie a carico dell’apparato cardiovascolare;
  • malattie polmonari che provocano dispnea ingravescente;
  • patologie a carico della struttura scheletrica dei piedi;
  • alterazioni della vista con riduzione del visus;
  • gravi stati di malnutrizione;
  • patologie neoplastiche;
  • stati febbrili;
  • effetti collaterali di alcuni farmaci;
  • situazioni psicologiche quali, la paura di cadere, la solitudine, la depressione, il lutto e l’isolamento sociale e l’indigenza;

Quali danni provoca?
I danni che può provocare sono molteplici e si riflettono, in maniera sistemica (da qui il termine Sindrome) in tutti, o in parte, gli apparati colpiti. A volte possono coesistere danni a carico di più organi. Ma vediamo nel dettaglio cosa può verificarsi:

  1. riduzione della massa e della forza muscolare, contratture muscolari, predisposizione e aumento dell’osteoporosi, incapacità nel mantenere la stazione eretta e rischi di cadute aumentato, anchilosi a carico delle articolazioni;
  2. trombosi venosa profonda con rischio elevato di embolia polmonare;
  3. ipotensione ortostatica e capogiri;
  4. infezioni polmonari per il ristagno dei liquidi pleurici;
  5. stitichezza ostinata, formazione di fecalomi, fermentazione intestinale e incontinenza fecale;
  6. infezioni delle vie urinarie e incontinenza vescicale;
  7. rallentamento cognitivo e depressione;
  8. lesioni da pressione con conseguenti ulcere, che a loro volta possono essere facilitate anche dall’incontinenza e dalla ridotta capacità di movimento;

Come si previene?
Ai fini della prevenzione e del recupero della sindrome da immobilizzazione non sono necessari provvedimenti speciali, ma semplici regole di comportamento e di assistenza.
Occorre evitare il prolungato riposo a letto, incoraggiando invece la precoce mobilizzazione, appena le
condizioni lo consentano. Sollecitare dapprima alla postura seduta (allo scopo di ridurre i disturbi dell’equilibrio) e, successivamente, al movimento ed alla ripresa delle consuete attività. E’ fondamentale e importante stimolare la persona a muoversi ugualmente anche se non può scendere dal letto. Attivare programmi di mobilizzazione passiva. Favorire la posizione seduta per i problemi respiratori.
Per una prevenzione efficace della sindrome ipocinetica è determinante la motivazione non solo dell’ammalato, ma anche di chi lo circonda, senza la quale nessun successo potrà essere garantito.
Rieducarlo agli orari, anche se non avverte lo stimolo, sia delle minzioni sia delle defecazioni anche se non è ancora in grado di alzarsi dal letto. Aiutarsi con padella e pappagallo.
Fargli assumere una dieta varia e ricca di frutta, verdure (le scorie e le fibre) e latticini (ad es. yoghurt).
Molto importante è stimolare a bere almeno un litro e mezzo di acqua oaltri liquidi al giorno.benessere-anziani
Per prevenire la comparsa di lesioni da decubito occorre osservare quotidianamente il malato ponendo particolare attenzione a:

  • Alimentazione e idratazione stimolandolo sia a mangiare sia a bere, magari con alimenti e bevande appetibili;
  • Effettuare attente e accurate cure igieniche, ispezionare la cute e cambiare la biancheria qualora sia umida o bagnata;
  • Mobilizzare la persona aiutandola a mettersi seduta in poltrona o stimolarla a modificare la propria postura nel letto. Mobilizzarla ogni 2 ore qualora non sia in grado di compiere alcun movimento;
  • Aver cura della cute e delle mucose controllandone integrità, secchezza, screpola menti e arrossamenti. È utile l’impiego di sostanze emollienti e idratanti quando la cute è secca, e l’uso di pellicole protettive per proteggere i punti a maggior pressione. Mai utilizzare sostanze a base alcolica ed effettuare frizioni che possono facilitare l’insorgenza delle piaghe.

Per contrastare gli effetti negativi dovuti alla pressione tra il piano del letto e le prominenze ossee, quando la persona è allettata, è necessario stabilire un programma di cambio di posizione ogni due ore, questo anche quando la persona è seduta in carrozzina. Va ricordata, nel cambio delle posture, la corretta successione delle 4 posizioni: posizione supina, fianco destro, posizione prona (se possibile e gradito dal paziente), fianco sinistro. Utilizzare ausili (come cuscini o schiume) per alleviare la pressione sulle prominenze ossee. Utilizzare un sistema di supporto dinamico (ad esempio materassi a pressione alternata) se il malato non è in grado di cambiare la sua posizione.
Il bagno o la doccia devono essere eseguiti tutti i giorni, evitando l’acqua troppo calda. Utilizzare prodotti
idratanti ed emollienti per proteggere la cute, come creme e oli (olio di mandorla, olio di argan). Non utilizzare profumi e talco, che causano secchezza della pelle, nonché pomate, creme e lozioni oleose,
che possono facilitare la macerazione cutanea.
Un buon programma assistenziale può sicuramente aiutare sia nelle prevenzione sia nel miglioramento della sindrome da immobilizzazione. È fondamentale agire sulla motivazione della persona, sulla sua forza di volontà e attivare un programma di attività condiviso.    N.N A&V

Tutto scorre e niente rimane immobile.     Eraclito

 

 

 

 

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