Categoria: Salute e benessere

All’interno di questa categoria vengono trattati vari argomenti riguardanti aspetti e problematiche della vita degli anziani. Lo scopo è quello di fare divulgazione di informazioni e trasmettere suggerimenti di assistenza e cura nei vari ambiti.

Il Nordic Walking per la terza età Una meravigliosa opportunità di movimento

Il Nordic Walking offre una meravigliosa opportunità di coinvolgere le persone anziane.
In un’attività di movimento all’aria aperta. Migliora la circolazione, il tono muscolare, l’equilibrio, il respiro, e soprattutto l’umore.
Esercizi specifici cureranno la mobilità articolare, la preparazione dei muscoli coinvolti nel gesto tecnico, inviteranno all’apertura alle sensazioni e alla condivisione di momenti divertenti e di scambio con i compagni di cammino.

Cos’è

E’ un’attività fisica facile, poco costosa e divertente.
Si pratica all’aria aperta, fa bene al cuore e circolazione, rafforza braccia e spalle, migliora la postura della schiena e tonifica glutei e addominali. A prima vista sembrerebbe una cura miracolosa. E’, invece, il Nordic Walking nuovo metodo di praticare sport che si sta affermando in tutto il mondo. E’ uno sport per tutti che si può praticare tutto l’anno che offre la possibilità di gustare uno stile di vita sano e attivo. Nato nei Paesi Scandinavi tanti anni fa era inizialmente praticato dagli atleti dello sci di fondo durante la preparazione a secco estivo-autunnale.
Consiste in una camminata con i bastoncini, dove gli stessi sono usati per spingere e non solo come semplice appoggio. La spinta dei bastoncini non serve né ad andare più veloci né a far meno fatica, serve a coinvolgere il maggior numero possibile di muscoli e, di conseguenza, aumentare il dispendio energetico a parità di velocità e di distanza percorsa. Contemporaneamente serve a migliorare la postura e la forma fisica.
I benefici che apporta sono molteplici e spaziano da quelli fisici, a quelli anti stress, a quelli sulla socializzazione e sulla salute in generale. E’ un tipo di attività fisica alla portata di tutti più completa in assoluto. Adottando una tecnica corretta si riesce ad avere un elevato coinvolgimento muscolare ed un efficace lavoro cardiocircolatorio ottenendo enormi benefici per la propria salute.
Consente un miglioramento dell’ossigenazione, coinvolge quasi tutta la muscolatura, in particolare scioglie le contratture nella zona delle spalle e della cervicale oltre che di tutta la colonna vertebrale, aumenta la resistenza, la forza la mobilità, l’equilibrio, la coordinazione motoria e la postura, ritarda il processo di invecchiamento e genera un buon esercizio cardio circolatorio. Stimola il sistema immunitario, alleggerisce il carico sulle articolazioni e sull’apparato motorio in genere. Inoltre migliora il tono dell’umore, eliminando ansia e rischio di depressione.
A livello fisico aumenta il consumo dei grassi, abbassando i livelli di colesterolo, abbassa i valori glicemici ed è ottimo per chi soffre di patologie quali il diabete, diminuisce i valori pressori. Protegge l’organismo da osteoporosi e artrosi, infatti, uno sforzo moderato e costante stimola la capacità delle ossa di assimilare il calcio e produce sostanze come l’elastina e il collagene che formano le cartilagini.camminata norvegiese
Si pratica, come già accennato, con l’utilizzo funzionale di due bastoncini che hanno la funzione di spinta per coinvolgere il maggior numero di muscoli possibile al  fine di aumentare il dispendio energetico e per favorire un esercizio benefico a livello cardiocircolatorio.
Per ottenere comunque il massimo dei benefici ed avere la massima efficienza dai movimenti, la tecnica diventa determinante. Il passo è alternato, cioè l’alternanza dei movimenti di braccio e gamba opposti, che se fatto correttamente, diventa un tutt’uno con la mente portandoti enormi benefici fisici e mentali. I movimenti devono essere fatti seguendo una corretta respirazione.

Può essere praticato ovunque, l’importante è che sia all’aria aperta, sui sentieri di montagna, in città, sulla spiaggia, nei parchi, nelle palestre. Naturalmente più il terreno è omogeneo, indipendentemente da com’è fatto e meglio si riesce ad esprimere il gesto atletico e di conseguenza si ottiene il massimo risultato.
Meglio se praticato in compagnia, magari chiacchierando perché il nordic walking è uno sport comunicativo e quindi molto socializzante.
E’ un’attività per tutti, dai bambini agli anziani, questi ultimi sono quelli che possono giovare dei maggiori benefici.
Da sempre si consiglia di camminare, per mantenere la forma e la tonicità muscolare, per contenere il peso nei suoi valori ottimali, per allenarsi o anche solo per piacere, con poco tempo e costi bassissimi il nordic walking permette tutto ciò. Da provare. N.N. A&V.

“Due strade divergevano in un bosco: io presi la meno percorsa e ciò ha fatto la differenza”. Robert Frost (1916)
 

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Che cos’è la fragilità nell’anziano? Una problematica degli anziani

L’individuo è un soggetto complesso, composto da varie dimensioni che comprendono la sfera fisica, quella cognitiva, quella biologica, quella psicologica, quella economica, quella spirituale e quella sociale.
Con l’invecchiamento si assiste alla riduzione (a volte fisiologica a volte no) delle riserve funzionali di organi e apparati che espongono l’individuo ad un maggior rischio di malattia e di perdita funzionale. Quando l’organismo si trova in una condizione di vulnerabilità e di rischio che lo espongono ad un equilibrio instabile di fronte ad eventi negativi si parla di “fragilità”.
Nella letteratura scientifica è stata introdotta la definizione di “anziano fragile” per indicare una tipologia di anziano ed evidenziare una precaria stabilità delle condizioni cliniche con l’elevato rischio di complicanze a cascata che possono esitare nella perdita dell’autonomia funzionale o nella morte. Si tratta in prevalenza di persone in età avanzata, in genere maggiore di 75 anni, più frequentemente di sesso femminile, affetti da pluripatologia, ricoverati per eventi acuti e non di rado per riacutizzazioni di patologie croniche.
“La fragilità è uno stato dinamico che colpisce un individuo che sperimenta perdite in uno o più domini funzionali (fisico, psichico, sociale), causate dall’influenza di più variabili che aumentano il rischio di risultati avversi per la salute (Gobbens 2010)”. “E’una sindrome fisiologica caratterizzata dalla riduzione delle riserve funzionali e dalla diminuita resistenza allo stress, risultante dal declino cumulativo di sistemi fisiologici multipli che causano vulnerabilità e conseguenze avverse correlata a pluripatologia, disabilità, rischio di istituzionalizzazione e mortalità (Fried 2004)”.
Con l’invecchiamento si assiste alla riduzione delle riserve funzionali di organi e di apparati, che espongono l’individuo a un maggior rischio di “rottura” indotto da agenti patogeni o da modificazioni dell’equilibrio psicologico e della qualità di vita. Poiché le determinanti di questo processo sono molto diverse (biologico-cliniche o ambientali), è talvolta difficile identificare la fragilità e i suoi fattori scatenanti, sui quali intervenire, in senso sia preventivo sia terapeutico.
“La geriatria è la medicina della complessità e delle fragilità Linda Fried, J Gerontol 2004”.
Per chi si prende cura di un anziano, il concetto di fragilità è ritenuto particolarmente e clinicamente utile da parte dei professionisti della salute (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali) in quanto facilità a spostare l’ottica da un approccio al paziente anziano centrato sulla malattia o sull’organo, ad una visione più integrata e olistica della salute, considerando e comprendendo tutte le sfere che caratterizzano il soggetto.
La fragilità può essere rappresentata come un vaso di cristallo, bello a vedersi e apparentemente integro ma pronto a rompersi al primo scossone.
 
Quali sono i segni che caratterizzano uno stato di fragilità?

In letteratura i segnali che possono far intendere che vi è un’iniziale stato di fragilità sono cinque:

  • Perdita di peso (maggiore di 4,5 Kg. nell’ultimo anno);
  • Affaticamento (fatica in almeno 3 giorni/settimana);
  • Riduzione della forza muscolare;
  • Ridotta attività fisica;
  • Riduzione della velocità del cammino;

Perché è importante riconoscere la fragilità?
Occorre pensare sempre che la persona ultra 75enne possa essere un “soggetto fragile”. Il sospetto di condizione di “fragilità” può essere basato sull’osservazione e/o sulla narrazione della persona, raccogliendo le informazioni relative allo stato di salute, con particolare riferimento alla motricità, alla cognitività, alle abitudini alimentari e di vita ed alle funzioni sensoriali.
Diventa quindi importante poter individuare i segnali e i campanelli d’allarme, per poter intervenire tempestivamente.
La Fragilità è conseguente a numerosi fattori concomitanti, il cui aspetto predominante consiste nella progressiva riduzione della forza muscolare e del peso corporeo.
Correggere le aree più importanti può voler significare una minore esposizione alle malattie ed una migliore qualità di vita. N.N. A&V
 
Il progresso tecnico lascerà aperto un solo problema: la fragilità della natura umana.
Karl Kraus, Di notte, 1918

 
 

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Salute: donne contro uomini! La salute di genere

Attraverso l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è iniziato a parlare delle differenze di genere già nel 1998 e, dal 2002, ha chiesto che l’integrazione delle considerazioni di genere nelle politiche sanitarie diventi pratica standard in tutti i suoi programmi.
Ma cosa si intende per “genere”’? Si considerano le “differenze sociali tra donne e uomini, apprese e modificabili nel corso del tempo, con caratteristiche diverse entro e tra le culture”.
La Medicina di genere come strumento di appropriatezza clinica, principio di equità delle cure per i bisogni di salute della donna e dell’uomo e diventa una nuova dimensione della medicina che studia l’influenza del sesso e del genere sulla fisiologia, la fisiopatologia e la patologia umana.
Prima di definire bene cos’è la medicina di genere è importante definire bene due concetti e cioè, il sesso ovvero quello che è dato dalle caratteristiche biologiche (genetiche, anatomiche e endocrine) e il genere considerato più un riferimento sociale dettato dai comportamenti, dalle attività e dagli attributi che una società considera specifici per gli uomini e per le donne.
L’influenza del genere si manifesta anche sulla salute, ci sono malattie tipiche della popolazione femminile e altre più specifiche di quella maschile.

PERCHE’ PARLARE DI “MEDICINA DI GENERE”?

Secondo i dati dell’ISTAT le donne si ammalano di più eppure nonostante ciò vengono sempre sottostimate negli studi di ricerca, nelle sperimentazioni farmacologiche e negli studi clinici.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2030 il numero delle donne over 50 nel mondo raggiungerà la notevole cifra di 1 miliardo e 200 milioni circa. In Italia, su una popolazione di 60 milioni  di persone, circa 31 milioni sono donne e, di queste, circa 12 milioni hanno più di 50 anni di età.
Rispetto agli uomini (circa il 5%) l’8,3% delle donne italiane denuncia un cattivo stato di salute. Circa il doppio delle donne, confrontate con le percentuali maschili) soffre di disabilità legate e vista, udito e movimento.
Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono:

·       malattie cardiache
·       allergie
·       diabeteuomodonna
·       ipertensione arteriosa
·       calcolosi
·       artrosi e artrite
·       cataratta
·       malattia di Alzheimer
·       cefalea ed emicrania
·       depressione ed ansietà
·       malattie della tiroide
·       osteoporosi

In conseguenza a ciò le donne consumano molti più farmaci degli uomini e sono più frequentemente soggette a reazioni avverse.
Queste differenze di genere non devono far pensare che oggi la medicina sia più orientata alla cura e all’assistenza delle donne. Gli uomini, per esempio, sono molto meno attenti alla prevenzione.
Un grosso passo avanti, che ha permesso, oggi, di avviare tutte le campagne di screening legate al tumore della mammella e del collo dell’utero, è stato fatto grazie alla Dichiarazione di Vienna del 1994. Questo ha determinato una riduzione di alcune patologie femminili e un allungamento della vita media.
In realtà, dobbiamo considerare  il concetto di gender che significa genere, maschio e femmina, superando  la contaminazione della medicina delle donne per rappresentare una medicina equamente attenta sia all’uomo che alla donna. Perché il genere ha un impatto anche sull’uomo.
Sarebbe più giusto parlare di medicina “su misura”, personalizzata, che consideri le differenze tra uomo e donna, tra la manifestazione e il decorso della malattia, variabile a seconda del sesso.
Eppure, malgrado le donne si ammalino di più, il tasso di mortalità è più elevato negli uomini, così come l’invalidità derivante dalla malattia. Tutti fattori che spesso portano i soggetti, specie quelli più anziani, all’istituzionalizzazione.

Chi diceva, quindi, che “donna è bello”? Forse bisognerebbe ripensarci!    N.N. A&V

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I “Divorzi grigi” Le separazioni tra anziani

Mi è capitato di leggere questo racconto pubblicato sul “Resto del Mondo” all’inizio di febbraio:
“Un marito accompagna la propria moglie al supermercato, le dice di avviarsi mentre lui avrebbe cercato parcheggio, ma scompare nel nulla. La scena, di per se non così comune, diventa ancora più inusuale se i protagonisti della vicenda hanno entrambi superato gli 80 anni di età. È la moglie in lacrime a ricostruire quanto accaduto pochi giorni fa: “Mai e poi mai mi sarei aspettata che mio marito, dopo quarant’anni di matrimonio alla bell’età di 84 anni scappasse lasciandomi da sola, senza una spiegazione. Mi sono sentita davvero sola al mondo”. Questo l’amaro racconto di un’anziana signora che si è rivolta a Family Legal , associazione legale dedicata al diritto di famiglia”.
 
Si assiste sempre più ad un aumento dei divorzi tra chi ha i “capelli bianchi” e molti avvocati sono testimoni di questi tristi epiloghi di storie d’amore durate una vita intera e che sono concentrati soprattutto nella fascia di età compresa tra i 65 e gli 85 anni. I dati evidenziano un aumento di più del 35% rispetto a periodi precedenti. In Italia sembra che il Sud sia il più colpito rispetto al Nord, sovvertendo tutte le credenze. Confrontando i dati del 2014 con almeno quelli di dieci anni prima, vi è stato un aumento, tra gli over 65, di circa il 40% delle separazioni e di queste nel 45% dei casi la richiesta è stata presentata dalla donna. Nel Nord d’Italia e più precisamente a Milano, il 75% delle richieste parte dai mariti che nel più del 35% delle situazioni, lasciano la moglie per unirsi ad una donna più giovane e il più delle volte straniera che, in almeno la metà delle nuove unioni, la relazione finisce dopo circa cinque anni. Negli Stati Uniti il fenomeno è presente già da qualche anno.

Sicuramente l’aumento della vita e della qualità della vita stessa, i “farmaci che aiutano”, la pensione e la tranquillità economica, influiscono sulla scelta di cambiare così radicalmente vita e di tuffarsi in un nuovo amore soprattutto per gli uomini. Per le donne, passato lo stupore iniziale, viene poi vissuta come una liberazione, una nuova indipendenza per potersi dedicare a se stesse, senza dover più dipendere da un marito magari oppressivo, vivendo una vita più serena e tranquilla senza necessariamente ricercare un nuovo compagno.

Ma un divorzio o una separazione sono pur sempre un lutto, un fallimento che, specie nelle persone più anziane può creare dei malesseri seri a livello psicologico. «Quello del divorzio tardivo è un altro dei tanti problemi – spiega il professor Marco Trabucchi, già Presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria e Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria – che rende ancor più fragile la persona anziana. È necessario prepararsi ad un sostegno psicologico di queste coppie che sono molto di più di quanto dicano i numeri. Per ora lo studio del fenomeno si basa sulla registrazione ufficiale di separazioni e divorzi, ma in realtà sappiamo che le separazioni di fatto sono almeno il triplo. E bisogna prepararsi ad aiutare queste persone anziane anche in termini giuridici, con una regolamentazione più attuale soprattutto per il regime patrimoniale delle coppie».separazioni

«Ormai non si parla più di crisi del settimo anno, ma del quarantesimo» e sono sempre più coppie sulla soglia delle nozze d’oro, che hanno resistito a liti e difficoltà ma sono scoppiate con l’ingresso in casa di una colf o una badante. E’ il sogno di una seconda giovinezza che porta gli anziani a separarsi. La famiglia ormai sistemata, i figli già cresciuti e la voglia di dimostrare a se stessi di valere ancora, la terza età non è più l’età della rassegnazione, ma l’età del desiderio. Perché accontentarsi di un matrimonio fallito quando, sentendosi ancora giovani e con una buona aspettativa di vita, si può ritrovare nuovamente l’amore?
Il rovescio della medaglia è che una crisi di coppia, a qualunque età avvenga, è sempre di difficile gestione; la persona deve tornare a pensarsi ed a vivere come entità singola, deve gestire nuove abitudini e stile di vita. E se la crisi arriva in età matura la situazione può diventare ancora più complicata perché, seppure in buona salute, possono iniziare i primi problemi che generano instabilità. Per questo è importante riflettere bene sulla propria scelta e optare per lo scioglimento del matrimonio quando si è davvero convinti che non vi siano valide soluzioni alternative. E poi attenzione anche ai raggiri e alle truffe nascoste magari dietro un sorriso o dolci attenzioni. Si chiama circonvenzione e non è così difficile da verificarsi.     N. N. A&V

Per un po’ abbiamo riflettuto se fosse meglio fare una vacanza o divorziare. Abbiamo deciso che un viaggio alle Bermuda finisce in due settimane, ma un divorzio è qualcosa che ti resta per sempre.
(Woody Allen)

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L’evoluzione dell’assistenza infermieristica geriatrica L'Infermiere in Geriatria

Il mutamento demografico della popolazione, ha prodotto un forte impatto su tutti i sistemi sanitari dei paesi industrializzati. L’invecchiamento della popolazione e l’incremento delle patologie a lungo termine o croniche e delle cosiddette “fragilità” costituiscono uno scenario che richiede l’individuazione di nuove modalità di risposta ai bisogni sanitari assistenziali.

Un italiano su cinque ha più di 65 anni e gli ultraottantenni rappresentano il 5,3% della popolazione. Nel gennaio del 2013 l’indice di vecchiaia ha raggiunto un valore pari al 142,6% e l’Italia risulta uno dei Paesi UE più colpito dal fenomeno dell’invecchiamento della popolazione. Il sistema di assistenza sanitaria continua a crescere, allo stesso tempo, i progressi nella prevenzione, nel trattamento e il controllo di numerose patologie correlate croniche, hanno portato l’aumento della complessità di cura verso gli anziani.

L’infermiere ha vissuto nell’ultimo decennio un rilevante processo di professionalizzazione nella gestione del paziente anziano (formazione accademica di base e post base, formazione permanente d’aula e on-stage e di ridefinizione giuridico professionale) che lo pone nella possibilità di agire con nuove competenze e di assumere funzioni innovative quali ad esempio quella di “case manager” per un efficace mantenimento della continuità assistenziale; è la figura costantemente presente nei team assistenziali ed è colui che, indipendentemente dai setting in cui opera, può ricoprire un ruolo significativo sia nella gestione della “fragilità” che della “complessità” evidenziata dalla persona assistita , in questo caso del malato anziano, nella sua presa in carico, promozione dell’auto-cura, supporto alla rete parentale non che mantenimento della continuità del percorso clinico assistenziale. La stessa professione infermieristica sta sperimentando un eccezionale quanto rapido mutamento di mentalità e di coscienza nella propria visione del prendersi cura, e non solo del curare, gli anziani. La difficoltà delle conoscenze, delle capacità ed abilità richieste per fornire un tipo di assistenza geriatrica che possa definirsi adeguata, implica la necessità che gli infermieri specializzati in quest’area sviluppino e posseggano particolari attitudini accanto ad una specifica apertura mentale e profonda comprensione e sensibilità.

La storia dell’infermiere di ambito geriatrico propone una riflessione in un ambito poco studiato della storia della sanità e dell’infermieristica. Si tratta, in realtà, di un problema estremamente complesso, in quanto presuppone una ricerca su più livelli: è necessario innanzitutto contestualizzare la ricerca in un ambito preciso dal punto di vista spazio-temporale e cioè nella società occidentale, a partire dall’età post-classica. Questo presupposto è fondamentale perché l’atteggiamento nei confronti della vecchiaia muta decisamente col passaggio dal mondo post-classico a quello medievale e moderno.

Dalla più nobile ideologia della vecchiaia in età classica, che è quella di Seneca, alla concezione di questo evento umano che lega la decadenza di ciò che è corporeo al segno tangibile del peccato: i vecchi sono, nell’antropologia medievale, coloro nei quali gli effetti del peccato maggiormente si accumulano.

L’uscita dell’adulto dalla vita lavorativa, per il venir meno della vigoria fisica e della vigilanza mentale,non significava affatto, tra Medioevo e Rinascimento, l’ingresso nella categoria dei “vecchi assistiti”, ma, per chi era privo di assistenza familiare, significava il ristagno nell’indifferenziata massa dei poveri.

Prendersi cura dei vecchi era una pratica stagnante, demotivata ad evolversi, confinata nei modi caritativi, tradizionali e, dove la carità faceva difetto, la cura mancata lasciava il posto all’incuria, l’assistenza si trasformava in controllo distante. Nel tardo Cinquecento, le nuove Confraternite, come i Fatebenefratelli di Giovanni di Dio e i “ministri degli infermi” di Camillo de Lellis, realizzano un’opera di generale rinnovamento nell’assistenza, che si confrontava con un’arte medica estremamente carente, ma con un’assistenza dotata di efficienza e di efficacia. Con il passare del tempo ed arrivando al secolo scorso, le innovazioni nel Nursing geriatrico avvengono soprattutto toccando la valutazione geriatrica olistica considerando l’infermiere tramite un ruolo sostanziale basato su una profonda preparazione professionale.

Nel febbraio 1995 si è concluso il primo corso di perfezionamento in assistenza geriatrica per infermieri professionali, autorizzato dalla regione Toscana e condotto in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze e l’Università Cattolica. In effetti, il DM del 2.12.1991, Ordinamento didattico del corso di diploma universitario in scienze infermieristiche, art. 1, comma 3, prevede da parte delle Università l’istituzione di corsi di perfezionamento per i possessori del diploma universitario in scienze infermieristiche, finalizzati alla ulteriore qualificazione per quanto riguarda le funzioni specialistiche e di coordinamento delle funzioni infermieristiche di base anche nel settore geriatrico. L’approvazione del Decreto n. 739 del 14,9.1994, Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere ha conferito un riconoscimento effettivo la necessità di formazione specialistica, che ha aperto la strada alla istituzione di un Master di primo livello, in cui l’infermiere acquisisce “competenze professionali specifiche, necessarie negli ambiti operativi della Geriatria, in cui è necessario gestire strategie assistenziali globali, continue, tempestive e di elevata qualità”, chiaramente istituito dopo la L.251 del 10 Agosto 2000 dove si definiscono i termini del Corso di Laurea in Scienze infermieristiche. L’infermiere geriatrico oggi, quindi, è il risultato di un processo clinico – assistenziale e sociale importante.

Il Decreto Ministeriale del 02 aprile 2001 – Determinazione delle classi delle lauree specialistiche universitarie delle professioni sanitarie – Gazzetta Ufficiale 5 giugno 2001, n.128, trasforma il diploma universitario per infermiere in laurea triennale e viene inoltre prevista la laurea specialistica nelle Scienze infermieristiche e ostetriche. Il Decreto Ministeriale 22 ottobre 2004, n. 2701 modifica la denominazione del corso di laurea specialistica in “corso di laurea magistrale”.

Oggi dunque l’esercizio della professione è subordinata al conseguimento del titolo universitario (laurea di primo livello in infermieristica), rilasciato a seguito di un esame finale con valore abilitante alla professione e dall’iscrizione al relativo albo professionale. Tale titolo è valido sull’intero territorio nazionale nel rispetto alla normativa europea in materia di libera circolazione delle professioni (legge 1º febbraio 2006, n. 43). Sono ritenuti validi i titoli acquisiti prima della normativa attuale (Infermiere Professionale, Diploma Universitario di Infermiere).

LE TAPPE DEL PERCORSO FORMATIVO Infermiere

  • Laurea in Infermieristica (3 anni, 180 CFU, titolo “Dottore in infermieristica”)
  • Laurea magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche (2 anni, 120 CFU, titolo “Dottore magistrale in scienze infermieristiche ed ostetriche”)
  • Dottorato di Ricerca (3 anni, titolo “Dottore di ricerca infermieristica”)
  • Master di I o II Livello (1 anno, 60 CFU)

L’infermiere specialista in Geriatria è il professionista sanitario responsabile della gestione dei processi infermieristici nell’ambito dell’assistenza, prevenzione ed educazione terapeutica in un programma di cure il cui attore principale è la persona anziana. Possiede le competenze per erogare, sia in modo autonomo sia in collaborazione con altre figure professionali, un’assistenza personalizzata. N. N. A&V.

 

“Nessuna conoscenza, se pur eccellente e salutare, mi darà gioia se la apprenderò per me solo. Se mi si concedesse la sapienza con questa limitazione, di tenerla chiusa in me, rinunciando a diffonderla, la rifiuterei”.                  Lucio Anneo Seneca

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